Da qualche settimana la scuola pare essersi trasformata in un teatro del grottesco, una dimensione surreale dai contorni tetri e dai tratti poco decifrabili. Soltanto negli ultimi giorni sono emerse delle vicende che hanno colpito visibilmente l’opinione pubblica, creando dibattiti sulla capacità relazionale e empatica sviluppata all’interno dei luoghi di formazione, sulla libertà di parola e di espressione, sul rapporto tra potere e istruzione: prima la sospensione di quindici giorni comminata ad un’insegnante dell’ITI Vittorio Emanuele III di Palermo per omessa vigilanza su un video realizzato da alcuni suoi alunni, in occasione della Giornata della Memoria, nel quale venivano avanzati alcuni parallelismi tra Benito Mussolini e Salvini, questione che ho deciso di approfondire con un’interrogazione al Ministro Bussetti; poi la notizia dell’incredibile uccisione di un gattino per mano di un collaboratore scolastico davanti ai bambini di una scuola primaria di Gioia Tauro.

Ma il campo potrebbe essere allargato, citando l’aggressione perpetrata da una madre nei confronti della vicepreside di un istituto di Lodi per aver inflitto un provvedimento disciplinare alla figlia, le polemiche per il rinvio della presentazione di un libro dedicato al futurismo all’Istituto Pietro Piazza di Palermo, l’autista dello scuolabus che fugge dopo un incidente, lasciando da soli dei bambini feriti e molti altri episodi di violenza, negligenza e noncuranza.

È naturale che la percezione generale intorno alle nostre scuole risulti profondamente alterata, quasi come se migliaia di vespe si fossero annidate nelle pareti di ogni singola classe e tormentassero con i loro morsi l’incedere quotidiano del lavoro didattico. Quelle vespe, però, altro non sono che prodotti di un’incomunicabilità latente tra tutte le istituzioni che dovrebbero cooperare al raggiungimento di quel patto educativo, principio cardine su cui si basa il nostro sistema scolastico. La formazione dei cittadini non può essere demandata soltanto alle scuole ma richiede un coinvolgimento attivo della famiglia e una regia attenta, flessibile e autorevole ma non autoritaria dello Stato. Per ottenere risultati concreti, occorre progettare interventi non improntati alla risoluzione semplicistica e frettolosa dei problemi e non lasciarsi trascinare dall’emozione del singolo momento. Non è immaginabile che la correttezza formale dei comportamenti si ottenga rispolverando i grembiuli dall’armadio o calando provvedimenti dall’alto, buoni soltanto ad alimentare sterili posizioni ideologiche; non è utile concedere sempre più spazio ai social, come se un tweet o un post su Facebook potessero davvero essere dispensatori di verità; non è accettabile che la scuola sia materia di scontri e non d’incontri, continuando a emanare quei fumi nocivi che avvelenano un clima già troppo pesante di per sé.

Chi conosce realmente le scuole italiane sa che, al suo interno esistono dirigenti, insegnanti e operatori scolastici che con dedizione e competenza assolvono alla loro missione e che molti sono i modelli virtuosi da poter seguire. Dalla valorizzazione di questi bisogna ritrovare il giusto sentiero, supportandoli con azioni mirate e oculate.

Occorre ristabilire un serio patto di alleanza interistituzionale che ridia credibilità ed autorevolezza ad un’istituzione , la scuola,  il cui ruolo appare sempre più secondario e sbiadito e per questo siamo tutti chiamati a fare la nostra parte. Non possiamo più guardare da un’altra parte: siamo tutti responsabili.

“La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente ed il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni (Papa Francesco)

Vittoria Casa